Economia Politica Basica: delle Politiche Restrittive

Merci e denaro viaggiano in direzioni opposte
Il capitalismo consente, in fasi diverse, di realizzare profitti attraverso attività differenti. Al suo stadio originario, quello che Quigley chiama Capitalismo Commerciale, il profitto si ottiene muovendo merci da un luogo ad un altro. I beni si spostano da luoghi in cui hanno valore relativamente basso ad altri in cui viene attribuito ad essi un valore maggiore. Il denaro, ritrovandosi nello stesso sistema di spostamento da un luogo ad un altro, viaggia in direzione contraria rispetto a quella dei beni. La valutazione, l’attribuzione del valore ai beni, che determina il movimento sia di merci che di denaro e che fa muovere beni e denaro in direzioni opposte, è misurata dalla relazione di questi due fattori. Il valore dei beni viene espresso in denaro e il valore del denaro è espresso in beni. I beni vengono spostati da aree in cui hanno prezzi bassi verso aree in cui vengono valutate a prezzi più alti, perché quei beni sono più valutati dove i prezzi sono più alti e il denaro è più valutato dove i prezzi sono più bassi. Beni e denaro si comportano sempre in modo opposto, allo stesso modo in cui si muovono in direzioni opposte. Se il valore di uno dei due sale il valore dell’altro scende, e nella stessa proporzione. Il valore attribuito ai beni, che è espresso in denaro, è detto prezzo; il valore del denaro, espresso in beni, è detto valore.

Lo sviluppo del capitalismo commerciale
Il capitalismo commerciale fiorisce al tempo in cui i mercanti, trasportando merci da una regione del mondo ad un’altra, riescono a vendere quella merce a destino a prezzi che possono coprire il costo originario, le spese di trasporto, le spese generali, e comprendere un profitto. Questo sviluppo, che è iniziato assieme alla circolazione dei beni di lusso, accresce la ricchezza, perché porta alla specializzazione di attività, in agricoltura e nell’artigianato, che sviluppavano competenze e aumento di produzione; oltre a ciò, fa giungere nuovi beni sui mercati.

Lo sviluppo del mercantilismo restrittivo
Più tardi, questa fase di capitalismo commerciale diviene istituzionalizzata in un sistema restrittivo, talvolta detto “mercantilista”, in cui i mercanti cercano il profitto non più dallo spostamento dei beni ma dalla sua limitazione. La tensione verso il lucro, che ha precedentemente aumentato la prosperità del sistema, sviluppando commercio e produzione, diventa restrizione su entrambi, limitazione del commercio e della produzione. Il profitto diventa un fine per sé stesso, piuttosto che un meccanismo accessorio del sistema economico complessivo. (Il modo in cui il capitalismo commerciale – organizzazione economica espansiva – scivola due volte nel “mercantilismo” – organizzazione economica restrittiva – nella storia passata è ben rilevante per comprendere la natura delle crisi economiche ed imparare a salvarsi da esse).

I mercanti inibiscono il commercio per aumentare i profitti
Durante la fase del capitalismo commerciale, i mercanti scoprono presto che il flusso di merci, crescente da un’area con prezzi bassi verso un’area con prezzi alti, tende a far aumentare i prezzi nella prima e a farli diminuire nella seconda. Ogni volta che una spedizione di spezie giunge a Londra, il prezzo delle spezie, lì, inizia a calare (per effetto dell’aumentare dell’offerta), mentre l’arrivo di compratori e di navi a Malacca dà ai suoi prezzi uno spintone verso l’alto (per effetto dell’aumentare della domanda).

I beneficiari della politica restrittiva
Questa tendenza verso il livellamento dei prezzi fra le due aree, causato dal doppio, e reciproco, movimento di merce e di denaro, riduce gli utili dei mercanti. Gran parte di quell’utile soddisfa piuttosto i produttori e i consumatori di entrambe le parti. La riduzione della differenza di prezzo fra le due aree riduce il margine dentro il quale il mercante realizza il suo profitto. Non ci vuole molto per i furbi commercianti a comprendere che, volendo, essi possono mantenere le differenze di prezzo usando qualche piccolo trucco e, conseguentemente, essi possono mantenere i loro alti livelli di profitto, semplicemente limitando il flusso di merci, e quindi possono guadagnare di più lavorando di meno. Cosicché lo stesso volume di denaro può scorrere in corrispondenza di un ridotto volume di merci. Le spedizioni vengono ridotte, i costi vengono ridotti, ma i prezzi, e i profitti degli intermediari, si mantengono elevati. E allora due fatti sono rilevanti nella situazione mercantilista che stiamo osservando:

1) il mercante, adottando questa sua pratica restrittiva, ottiene, sostanzialmente, maggiore soddisfazione attraverso la frustrazione della soddisfazione altrui, in particolare, della produzione e del consumo; può fare ciò, perché si trova in mezzo fra le due parti;
2) finché il mercante, nei porti di sua pertinenza, s’interessa di prodotti, di beni, di merci, il suo obiettivo è che i prezzi siano, e rimangano, elevati.

L’interesse per l’usura
Con l’andare del tempo, alcuni mercanti spostano l’attenzione propria dall’aspetto merceologico dell’interscambio commerciale a quello monetario. Iniziano ad accumulare i profitti delle loro transazioni di merci, attuate con le politiche restrittive di cui si dice di sopra, e, progressivamente, prendono ad interessarsi di spedizioni e scambio di denari anziché di spedizioni e scambio di merci. Più tardi, in molti sviluppano l’attitudine a prestare denaro ad altri mercanti, per finanziare spedizioni e attività mercantili, anticipando capitale ad alto tasso d’interesse, garantito da crediti sulle navi o sulle merci trasportate.

I neonati banchieri praticano alti tassi d’interesse
In questo processo, l’attitudine e gli interessi di quei neonati banchieri diventano totalmente opposti a quella dei mercanti (anche se pochi fra i soggetti dediti ad entrambi i mestieri riconosce la trasformazione). Laddove il mercante è cupido di vendere la merce a prezzi elevati e ottenere capitale a bassi tassi d’interesse, il banchiere desidera un alto valore del denaro (e cioè prezzi bassi su prodotti e servizi) ed alti tassi d’interesse sui suoi crediti. Entrambi i soggetti sono preoccupati di mantenere o aumentare il valore di quella metà della transazione che li riguarda (merce per denaro o denaro per merce), con relativa indifferenza sul resto della transazione, che interessa però i produttori e i consumatori.

Operazioni bancarie ben celate
Le operazioni bancarie e finanziarie sono celate dai tempi della memoria delle cose che si sanno, e così appaiono storicamente difficili da mettere sotto controllo. In sintesi, la specializzazione di talune attività, interrompendo il naturale processo economico, rende possibile per alcune persone di massimizzare il risultato in una parte del sistema, compromettendone il resto. Il processo non è spezzato solamente fra produttori, intermediari e consumatori; ci sono due tipi di diversi intermediari (uno interessato alle merci e l’altro al denaro) che hanno obiettivi quasi antitetici nel breve periodo. Il problema che deriva da questa situazione potrebbe essere risolto, e il meccanismo riformato, solo intervenendo sull’intero sistema. Tre parti di quel sistema, interessate rispettivamente da produzione, trasferimento-distribuzione e consumo, determinano fatti economici concreti, chiaramente visibili, così che chiunque potrebbe intuirne i meccanismi semplicemente osservandoli. Ma le operazioni bancarie e finanziarie sono nascoste, dispersive, astratte, ed appaiono a molti di difficile comprensione. Come se ciò non bastasse, i banchieri stessi fanno tutto quello che possono (e hanno sempre fatto tutto quello che potevano) per rendere le loro attività più segrete ed esprimere le loro procedure come fossero riti esoterici; le operazioni bancarie sono tradizionalmente espresse con delle espressioni comprensibili ai soli iniziati, con dei segni complicati e misteriosi, su registri che non vengono mostrati a soggetti esterni rispetto alle confraternite bancarie.

Il sistema dei prezzi

Il sistema dei prezzi dipende da cinque elementi:
l’offerta dei beni,
la domanda dei beni,
l’offerta del denaro,
la domanda del denaro,
la rapidità di scambio fra beni e denaro.

Un incremento in tre di questi fattori (domanda dei beni, offerta di denaro e velocità di scambio beni-denaro) spinge i prezzi dei beni verso l’alto e il valore della moneta verso il basso. Questa inflazione è sgradita ai banchieri ma desiderabile per produttori e mercanti. D’altra parte, un decremento di tutti e tre gli elementi sarebbe deflativo, e fa felici i banchieri, preoccupando produttori e mercanti ma deliziando i consumatori (che possono avere più beni per meno denaro). Gli altri fattori funzionano in direzione opposta, cosicché un incremento di essi (offerta di beni, domanda di denaro e rallentamento della circolazione del denaro) sarebbe deflativo.

Inflazione e deflazione
Gli andamenti dei prezzi, sia inflazionistici che deflazionistici, sono grandi forze nella storia, perlomeno degli ultimi 6 secoli. Durante questo lungo periodo, il loro potere di modificare la vita delle persone e la storia umana è venuto crescendo. Questo si vede in due modi: da una parte, gli incrementi dei prezzi incoraggiano in genere la crescita delle attività economiche, soprattutto la produzione di beni, mentre, dall’altra parte, le oscillazioni dei prezzi servono per ridistribuire ricchezza nel sistema economico. L’inflazione, soprattutto una lenta e progressiva salita dei prezzi, incoraggia i produttori, perché significa che essi possono impegnarsi a sostenere costi di produzione ad un certo livello di prezzi e poi, più tardi nel tempo, offrono il prodotto finito alla vendita ad un prezzo che nel frattempo è cresciuto. È una situazione che incoraggia la produzione, perché dà fiducia nella quasi certa possibilità di un margine di profitto futuro. D’altra parte, la produzione è disincentivata nei periodi di caduta dei prezzi, a meno che i produttori non si trovino nella poco probabile situazione in cui i loro costi diminuiscano (per via del calo dei prezzi) più rapidamente che i prezzi dei loro prodotti alla vendita.

Banchieri ossessionati dal mantenimento del valore del denaro
La redistribuzione della ricchezza, indotta dai cambiamenti di prezzo, è egualmente importante ma attira molto meno attenzione. I prezzi crescenti beneficiano i debitori e danneggiano i creditori; la caduta dei prezzi fa esattamente l’opposto. Un debitore chiamato a pagare un debito a una scadenza che si ha in un momento in cui i prezzi sono più alti rispetto a quando ha contratto il debito, per quella data somma, deve cedere una minore quantità di beni e servizi rispetto a quanto ha ottenuto in epoca precedente, a prezzi più bassi, quando ha preso il prestito. Accade anche il contrario; il creditore, la banca, che ha prestato denaro (corrispondente al valore di una certa quantità di beni e servizi) ad un dato livello di prezzi, riceve indietro la stessa somma di denaro (corrispondente al valore di una quantità inferiore di beni e servizi) quando il rimborso avviene in presenza di livelli più alti di prezzi; il denaro rimborsato ha in quel momento meno valore. Questo è il motivo per cui i banchieri, mercanti di solo denaro e “creditori” per statuto, sono sempre ossessionati dal mantenimento del valore del denaro, anche se la razionalizzazione che danno per giustificare questa ossessione è che la “stabilità della moneta” alimenta la fiducia sui mercati degli affari. È propaganda basata su osservazioni suggestive e non tecnicamente accurate.

Dei due maggiori obiettivi dei banchieri
Centinaia di anni fa i banchieri iniziano a specializzarsi. I più ricchi ed influenti di loro si associano, si concentrano sul commercio internazionale e sulle transazioni di valuta estera. Dato che questi sono i più ricchi, i più cosmopoliti, e quelli che sempre più spesso si preoccupano di questioni di rilevanza politica (stabilità e svilimento di valute, guerra e pace, matrimoni dinastici e monopoli commerciali mondiali) diventano presto finanziatori e consulenti finanziari dei governi delle nazioni. Per di più, dato che i loro rapporti con i governi sono sempre relativi a termini monetari e non a termini reali, e siccome sono da sempre ossessionati dalla stabilità degli scambi monetari tra una nazione e l’altra, usano il loro potere e la loro influenza per:

1) ottenere che tutto il denaro e i debiti siano espressi in rapporto ad un bene disponibile in modo estremamente limitato: l’oro;

2) portare tutte le questioni monetarie fuori dal controllo dei governi e delle autorità politiche; espressi in termini di un valore stabile come quello dell’oro, tali questioni sarebbero meglio gestite da interessi bancari privati.

Dei cambiamenti sociali accelerati dalle guerre
Questi sforzi vengono accelerati con il passaggio dal capitalismo commerciale al mercantilismo e la distruzione di tutto il modello di organizzazione sociale basato sulle dinastie monarchiche, gli eserciti mercenari professionali e lo stesso mercantilismo, nella serie di guerre che ammorbano l’Europa dalla metà del diciassettesimo secolo al 1815. Il capitalismo commerciale passa attraverso due periodi di espansione, ciascuno dei quali deteriora poi in guerra, lotta di classe e regressione. La prima fase, associata al Mediterraneo, è dominata dal nord Italia e dai Catalani, ma finisce in una fase di crisi dopo il 1300, che dura fino al 1558. La seconda fase di capitalismo commerciale, associata all’oceano Atlantico, è dominata dagli iberici occidentali, da Olanda e Inghilterra. Inizia ad espandersi dal 1440, ha il suo pieno svolgimento nel 1600 ma, verso la fine del diciassettesimo secolo, si trova impigliata nelle lotte restrittive del mercantilismo statale e nella serie di guerre che sconvolgono l’Europa dal 1667 al 1815.

La supremazia delle Charter Companies

Il capitalismo commerciale del periodo dal 1440 al 1815 è caratterizzato dalla supremazia delle Chartered Companies, come Hudson’s Bay, the Dutch and British East Indian companies, the Virginia Company, e the Association of Merchant Adventurers (Muscovy Company). I migliori operatori vengono battuti dal maggior potere inglese, che finanzia cannoniere, rotte oceaniche e rivoluzione industriale con il traffico di droga.

Capitalismo Industriale 1770-1850
Le vittorie inglesi su Luigi XIV nel periodo 1667-1715, e sul governo rivoluzionario francese di Napoleone in quello 1792-1815, si riconducono a molte cause. Finanziariamente, in Inghilterra si è sviluppato con successo il trucco del credito. Economicamente, in Inghilterra si intraprende la rivoluzione industriale.

1694: la fondazione della Bank of England
Il mestiere creditizio è noto agli italiani e agli olandesi molto prima di divenire uno degli strumenti chiave della supremazia inglese sul mondo. Tuttavia, la fondazione di William Paterson e compari della Banca d’Inghilterra nel 1694 è uno degli eventi più determinanti per la storia mondiale moderna.

Le banconote
Sappiamo tutti che, tradizionalmente, si tende a non trasportare l’oro in tutti i luoghi in cui avvengono transazioni commerciali, per via della sua pesantezza, naturalmente, ma anche per i problemi legati alla sicurezza; e allora si usano fogli di carta compilati, titoli, che rappresentano specifici pezzi d’oro. Quei titoli si chiamano “gold certificates”. Un certificato di quel tipo riconosce al suo possessore il diritto di cambiarlo con il suo specifico pezzo d’oro su richiesta, o a scadenza, o a vista. E però, data la comodità del titolo cartaceo rispetto allo specifico pezzo d’oro che il titolo stesso rappresenta, solo una piccola frazione dei possessori di quei certificati va, appena conclusa una transazione commerciale, ad incassare i certificati e a farsi pagare subito il loro corrispettivo in pezzi d’oro. Diventa presto evidente, a chi tiene l’oro in deposito, che non è assolutamente necessario tenerlo tutto fermo in cassaforte; infatti, se ci si limita a lasciare fisicamente in deposito solo quella quantità che, si prevede, verrà ritirata per l’incasso, nessuno si accorge dell’assenza del resto dell’oro, che può tranquillamente essere reimpiegato in altre attività. Basta che la quantità d’oro in cassa, quella parte dell’oro che bisogna tenere a portata di mano per le eventuali pretese di pagamenti, sia sufficiente a coprire quella frazione di certificati che si prevede di veder presentati per l’incasso; il resto può essere impiegato per finanziare altri affari. In base allo stesso trucco, diventa poi altrettanto evidente che è persino possibile emettere un volume di certificati superiore rispetto alla quantità d’oro che essi rappresentano. A copertura del totale dei certificati emessi, è sufficiente avere fisicamente presenti in deposito solo quelle quantità d’oro che, si prevede, verranno incassate. Gli altri certificati, sia che siano coperti da esistenti quantità di metallo prezioso o che siano rappresentativi di nulla, non vengono incassati subito, diventano mezzi di pagamento per altre transazioni, oppure vengono custoditi dai possessori. I diritti di credito, espressi in carta contro le riserve d’oro, emessi in eccesso rispetto alle stesse riserve, oggi si chiamano banconote (note di banca).

Denaro inventato dal nulla e riserva frazionaria
Effettivamente, quella parte di diritti di crediti cartacei, emessi in misura superiore rispetto alle riserve d’oro disponibili, è creazione di moneta dal nulla; i banchieri creano titoli rappresentativi di valori inventati, non realmente presenti in cassa. La stessa cosa può essere fatta anche in un altro modo: non emettendo banconote ma giocando con i depositi bancari. I banchieri scoprono presto che gli ordini di pagamento da e verso terzi beneficiari, e gli incassi degli assegni da parte dei terzi beneficiari, sovente non avvengono per cassa; i beneficiari depositano gli ordini di pagamento e gli assegni sui loro conti bancari. Conseguentemente, non si ha un materiale movimento di fondi in corrispondenza di tali pagamenti e, tali pagamenti, avvengono semplicemente con delle registrazioni contabili sui rispettivi conti bancari. Da ciò derivava la prassi per i banchieri di tenere in cassa solo (e non di più) la quantità frazionaria di denaro liquido (in oro, in certificati e in banconote) necessaria e sufficiente a pagare quella frazione di moneta presente nei depositi che sarà, prevedibilmente, pretesa per l’incasso. Il resto può essere dato in prestito e, se i prestiti vengono fatti aprendo un conto bancario per i mutuatari, i quali poi utilizzano assegni di quel conto piuttosto che prelevare il denaro in contanti, questi depositi “creati”, o questi prestiti inventati, possono a loro volta essere coperti adeguatamente, tenendo in riserva solo una frazione del loro valore.

Depositi inventati dal nulla
Questi depositi costituiscono anch’essi parte di quel miracolo della creazione di denaro dal nulla, anche se i banchieri, in genere, si astengono sempre dal descrivere con precisione il funzionamento delle loro attività e delle loro operazioni (l’emissione di banconote e la concessione di mutui e finanziamenti) in questi termini. William Paterson, tuttavia, ottenendo le concessioni per la Bank of England, nel 1694, di usare il denaro “vinto al gioco” con le sue formule predatorie, lo dice chiaramente:

“The Bank hath benefit of interest on all moneys which it creates out of nothing”.

Questo motto viene ripetuto da Sir Edward Holden, fondatore della Midland Bank, il 18 dicembre 1907, ed è generalmente ammessa anche ai giorni nostri, com’è ormai evidente un po’ a tutti.

La creazione del Credito
Questa struttura organizzata per la creazione di mezzi di pagamento che si ottengono dal nulla, ciò che suggestivamente chiamiamo “credito”, non è inventata in Inghilterra ma in Inghilterra sviluppa meglio che altrove e diventa fondamentale per la vittoria della guerra “inglese” contro Napoleone, nel 1815. (Si tratta di una vittoria formale, che costa circa 45 mila morti ammazzati, dato che sia Napoleone che i suoi generali, e i generali della parte contraria, appartengono alla stessa confraternita massonica, tutti con gradi molto elevati). L’imperatore, ultimo grande mercantilista, non può intendere il denaro se non in termini di concretezza ed è convinto che i suoi sforzi bellici, tutti basati sull’impiego di moneta reale, evitando indebitamenti e aperture di credito, gli garantirebbero una vittoria finale sull’Inghilterra, indebitata e destinata alla bancarotta. E si sbaglia lui, allora, ma la lezione non viene compresa da quelli che vengono dopo e deve essere re-imparata dagli economisti contemporanei.

La vittoria britannica su Napoleone
La vittoria britannica su Napoleone viene aiutata anche da altri tre fattori innovativi dell’economia: la rivoluzione agraria, che vi si è ben stabilita dal 1720, e la rivoluzione industriale, che vi si è altrettanto ben stabilita dal 1776, quando Watt brevetta la sua macchina a vapore, e gli incrementi di esportazione d’oppio dei mercanti inglesi, dal Bengala verso la Cina. La rivoluzione industriale, come la rivoluzione del credito, è incompresa, sia allora che da allora. Entrambe hanno ancora grande significato, sia nei paesi avanzati che in quelli sottosviluppati, nel ventesimo secolo.


Del sistema industriale del proletariato e della proprietà delle risorse
La rivoluzione industriale è accompagnata da una serie di eventi complementari, come l’espansione delle città sul sistema industriale, la rapida crescita di una popolazione lavorativa non qualificata (il proletariato), la riduzione del lavoro a bene di scambio nel sistema competitivo, il passaggio della proprietà delle risorse produttive dai lavoratori ad una nuova classe sociale d’imprenditori. Il potere non vivente della macchina, applicato al processo produttivo (automazione), nel lungo periodo serve a ridurre o ad eliminare l’importanza del lavoro, dell’uso di energia umana e animale nei processi produttivi, e a far allontanare dalle città le realtà produttive. La funzione vitale di tutto il sistema è l’utilizzo dell’energia della macchina. I primi successi industriali britannici producono enormi guadagni che, sommati agli enormi profitti della precedente epoca dei  traffici marittimi, del traffico di droga, e alla crescita di valore terriero delle nuove città e miniere, sono tali da consentire alle prime imprese industriali di auto-finanziarsi o, quantomeno, di finanziarsi localmente.
Tali imprese sono organizzate in ditte e società, hanno contatti con le banche locali di deposito per prestiti a breve termine ma hanno poco a che fare con i banchieri internazionali, con le banche d’investimento, con i governi centrali o le altre forme corporative di organizzazioni d’affari.

La prima fase, tutta inglese, del capitalismo industriale, 1770-1950
Questa prima fase di capitalismo industriale, che dura in Inghilterra dal 1770, circa, fino al 1850, è condivisa fino a un certo punto da Francia e Belgio, ma prende forme assai diverse negli Stati Uniti, in Germania e in Italia; quasi completamente diversa, essa è in Russia e in Asia. La ragione principale di queste differenze è il bisogno di reperire fondi (capitali) per pagare la riorganizzazione dei fattori di produzione (terra, lavoro, materie prime, capacità lavorative, equipaggiamenti e via dicendo) che l’industrializzazione richiede. L’Europa nord occidentale, e l’Inghilterra soprattutto, dispone di fondi accumulati per finanziare la nuova industrializzazione; il resto d’Europa e il nord America, molto meno.

Il ruolo delle banche d’investimento internazionali
Maggiore è la difficoltà di un’area a mobilizzare capitali per l’industrializzazione e più significativo è il ruolo dei banchieri internazionali e dei governi nel processo d’industrializzazione. Infatti, le prime forme d’industrializzazione (basate sul tessile, l’acciaio, il carbone e il vapore) si diffondono così lentamente dall’Inghilterra al resto dell’Europa che l’Inghilterra sta già entrando nella fase successiva, quella del capitalismo finanziario, quando la Germania e gli Stati Uniti (nel 1850 circa) stanno appena iniziando ad industrializzarsi. Questo nuovo stadio di capitalismo finanziario, che continua a dominare Inghilterra, Francia e Stati Uniti fino al 1930, ha bisogno di grandi movimenti di capitali, necessari alla costruzione delle reti ferroviarie, dopo il 1830. I capitali occorrenti all’industria ferroviaria, con le sue enormi spese in trasporto ed equipaggiamenti, non possono essere raccolti da singoli proprietari o da società locali; piuttosto, hanno bisogno di una nuova forma d’impresa, la corporazione a responsabilità limitata, meglio se quotata in borsa, e di una nuova sorgente di finanziamento, le banche internazionali, che concentrano, fino a quel momento, la loro attenzione quasi interamente sull’andamento fluttuante delle obbligazioni governative sui mercati internazionali. La domanda di materiali ed equipaggiamenti, generata dalle ferrovie, determina lo stesso sviluppo nell’industria manifatturiera dell’acciaio e del carbone.

Capitalismo finanziario 1850-1931
Durante questa fase del capitalismo, il sistema del credito viene organizzato in un sistema integrato, su base internazionale, che funziona con incredibile facilità per diversi decenni. Il centro del sistema è a Londra, con le maggiori propaggini in New York e Parigi, ed ha, come suo maggiore risultato, un sistema bancario integrato, un’industria pesante e fortemente capitalizzata, anche se oggi obsoleta, di acciaierie, reti ferroviarie, miniere di carbone e servizi elettrici. Secondo Carrol Quigley il sistema è centrato in Londra per 4 ragioni principali. La prima è la straordinaria accumulazione di ricchezza prodotta in Inghilterra durante le sue due precedenti fasi di capitalismo industriale e commerciale. La seconda è data dalla struttura sociale inglese, sommamente oligarchica, (e sintetizzata nell’estrema concentrazione della proprietà terriera in pochissime mani, con un limitatissimo accesso della popolazione alle poche utilità che si cavano dall’istruzione) che offre il contesto di perfetta iniquità nella distribuzione dei redditi, con enormi eccedenze che vanno al controllo di un piccolo, energico, gruppo di persone della classe dominante. La terza ragione è che tale classe dominante è aristocratica ma non nobile; perciò, è fondata sulla tradizione e non sulla linea ereditaria; è ben volenterosa sia di rastrellare denaro che di assimilare abilità da livelli più bassi della società, e persino dall’estero, accogliendo nei suoi ranghi eredi americani ed ebrei dell’Europa centrale; quasi altrettanto volentieri, dà il benvenuto anche a inglesi recentemente arricchiti, non dirozzati ma abili e conformisti, reclutati da classi sociali più basse, le cui disabilità derivanti dalla privazione scolastica, dal provincialismo e dall’impianto religioso non anglicano, tende generalmente ad escluderli dai privilegi dell’aristocrazia. La quarta ragione (e certamente non l’ultima per importanza) è la competenza specifica in materie legate alla manipolazione finanziaria, specialmente sulla scena internazionale, acquisita dal piccolo gruppo di banchieri-mercantili londinesi durante la fase del capitalismo commerciale e industriale, pronta subito poi per l’uso, quando si hanno a rinnovare i modi del capitalismo finanziario. Quigley omette qui la questione dei traffici internazionali d’oppio che, in quello stesso periodo, contribuiscono, in modo assai più determinante rispetto ai fatti da lui indicati, a portare una moltitudine impressionante di pesantissime casse d’argento, dalla Cina alle isolette britanniche, e a fare di Londra il centro finanziario più importante del mondo.

Published by cma-sceneggiatore

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