La paranoia di Osvaldo – 2 – “A Quell’unico Incrocio”

1 – INIZIO

Alle 5 e 45 di quella buia mattina, a Jin Lin Lu (“Lu” stava per “Road“), Osvaldo aspettava di prendere un automezzo e se ne stava in strada solo come un becco, con un paio di valigette, non più grandi di quelle normalmente accettabili nelle cabine dei voli di linea intelligenti. Alcuni taxi venivano in quella zona, a quell’ora, ma erano occupati a riportare a casa i “marziani” suburbani, sfiniti dalle bisbocce dei KTV, e non si sarebbero trovati a passare al lasco nella stessa via in attesa di caricare qualche improbabile viandante diretto all’aeroporto.

I bus iniziavano il giro alle 6, partendo dalla stazione, il che voleva dire che non ne sarebbe arrivato uno prima di almeno 15 minuti, e questo con un po’ di fortuna. Errò dunque il Danzi in questa sua prima elezione, scendendo alle 5 e 45, e forzando la mente a ricredersi sul fatto impossibile di cessare un servizio così terribilmente vitale durante la notte. Che senso aveva? I petardi venivano interrotti dalle 3 alle 6 del mattino, su questo una misera logica pur sempre c’era, e sicuramente s’imponeva per statuto dell’Impero Celeste. Perché motivo non si potevano fare circolare gli autobus, almeno quelli diretti all’aeroporto, in un orario che fosse sincronizzabile con quelli dei voli in partenza? Pazienza. La bottiglietta del Whisky annacquato era a portata di mano, poteva anche iniziare a bere qualche sorso, pur non essendo ancora arrivato in aeroporto. Buttò giù il primo centellino, un sorsetto che cuoceva subito bocca ed esofago, a stomaco completamente vuoto; bruciava un po’, ma nemmeno lontanamente come il peperoncino del ristorante della sera prima, il frutto rosso-incandescente che si usava nella cucina dello Sichuan, la regione delle puttane più brave e più belle, quelle accreditate in tutta la terraferma cinese.

A quel punto arrivò il primo autobus ma evidentemente non era stato mandato per lui.
I 15 minuti erano passati ma non poteva essere il suo, altrimenti sarebbe stato troppo facile, nonostante quello che lo aspettava dopo. Mandò giù un altro doppio sorsetto di Whisky, che stavolta gli faceva esalare lingue di fuoco nella trachea. Il calore, quello dell’alcol che irradiava dallo stomaco e iniziava a pompare nelle vene, gli dava un senso di conforto ma era un ristoro poco durevole. A riprova di ciò, un’impietosa nuvola di polvere densa e sottilissima era in movimento intorno alla via ma soprattutto e specialmente dall’inizio alla fine dell’area di sosta dell’autobus. Polvere di strada? Ma non c’era vento. Non faceva caldo, non faceva freddo e non tirava vento. Tutto doveva tacere immobile, o quasi.

Se non era il vento pestifero della Mongolia, chi cavolo stava alzando questi minutissimi e fastidiosissimi frammenti di terra arida e sozza, per far seccare in pochi secondi le fauci del povero Danzi, inutilmente innaffiate di Whisky annacquato? Erano due di “loro”.
Potevano essere le 6:00 o le 6:01 del mattino, in una strada che distava dal centro circa 4 miglia e dall’aeroporto si staccava di almeno dieci, in una via in cui non arrivava il vento dal mare, vi si trovavano quelle 3 sventurate figure, tutte dotate di scarse attrattive e tutte in concorrenza fra loro. Il primo arrivato era il Danzi, come si sa. Dopo 15-16 minuti di relativa pace erano sopraggiunte le altre due streghe, scaturite dalle tenebre di quella mattina nera, una dal lato nord e l’altra da quello sud del brevissimo spazio di fermata dell’autobus, incastrato nella via; che ci facevano alla fermata, o in quelle due opposte prossimità di quella fermata? Tranquillamente, spazzavano la strada e alzando tutta la polvere verso di lui. Erano solo in due, le spazzine, a scopare una via che poteva essere lunga almeno 14 miglia, e quindi avrebbero potuto iniziare, per esempio, una da nord e l’altra da sud, dall’inizio e dalla fine della strada, o da un qualunque altro punto che non fosse quel preciso limitatissimo segmento di strada di pertinenza della fermata dell’autobus, dell’unica fermata in cui si era collocato un paziente ma paranoico Osvaldo Danzi, per prendere l’autobus diretto all’aeroporto e da lì alla libertà. Peraltro non era l’unica fermata d’autobus di tutta la via e quindi avrebbero potuto scegliere al limite di fare questo scherzo a qualcun altro, in un’altra fermata. No. Erano lì apposta, per tormentare lui, per fargli iniziare nel modo giusto una giornata destinata comunque a finire male.

Danzi, trovandosi completamente invisibile nella precisa metà del segmento di strada delimitato dalle due donne fra nord e sud, mangiava e respirava la polvere che loro alzavano e spingevano nella sua direzione. La femmina spazzina che si trovava sul lato nord, rispetto al Danzi, spingeva la ramazza, fatta di arbusti di legno e di bambù, in direzione sud. L’altra femmina spazzina, mascherata anche per proteggersi dalla polvere che le mandava la sua collega dal nord, rimetteva nella sua direzione altrettante botte di ramazza. Le due “marziane” spazzine si dirigevano e ramazzavano l’una verso l’altra, l’una da nord verso sud e l’altra da sud verso nord, con un andazzo di scopa regolare ed implacabile. Si sarebbero presto trovate al contatto fisico, e magari sarebbero passate ad un’arma più adatta per il corpo a corpo, se non fosse stato per la presenza del povero Danzi, che si trovava esattamente nel mezzo tra loro.

Dei tre infelici, lui era l’unico che non avrebbe dovuto trovarsi lì, senza la maschera, a proteggergli il volto dalla polvere e senza il velo posteriore per  riparare il collo dal sole rovente che ancora non si affacciava. Per la verità, non avrebbe proprio voluto essere sul territorio del pianeta in questione se avesse saputo cosa  andava a capitargli appresso. Bestemmiando come un prete ortodosso, cercò di uscire dalla coltre di nebbia e di polvere che stavano levando quelle due perfide spazzine mascherate. Restava completamente oscuro il movente delle due, anche in quel caso. Quale misterioso impulso spingeva le due spazzine a scegliere proprio quel punto preciso, delle 14 miglia di strada disponibili prima di giungere al mare,  per iniziare a sollevare quella tempesta di sabbia? Sarebbero bastati un paio di centinaia di metri più in giù o più in su della via, per non infarinare l’unico passante indifeso e costretto ad aspettare, proprio in quel punto preciso, l’autobus verso la libertà. Non tirava un filo di vento e la polvere ora si trovava pure in sospensione nel Whisky annacquato di Danzi. Uscito dalla nebbia bevve dell’altro Whisky annacquato, a questo punto i sorsetti andavano a gruppi di 4-5 per volta, meno timidamente che in inizio, nonostante nello stomaco e nell’esofago non ci fosse altro, e formulò una prima ipotesi di risposta a questi suoi interrogativi che restavano altrimenti sempre senza risposta.

“La spiegazione sul loro movente doveva essere nel Tao: nell’arte del depistaggio. Oscura è la via del Tao, almeno tanto quanto è oscuro il Tao.”

Infatti, dopo che Danzi si era spostato verso nord di circa 30 metri, anche le due spazzine avevano cambiato la loro postazione; entrambe si erano mosse a nord e per la stessa lunghezza, muovendo il fulcro della tempesta esattamente nella nuova collocazione dove Danzi cercava infruttuosamente riparo. Sembrava fatto apposta, come uno stupido scherzo, congegnato deliberatamente per farlo impazzire di rabbia, o un dispetto, per meglio dire, contro un turista straniero, magari scambiato per un russo, che poteva essersi comportato male con le due donne tempo prima. Implacabili, lasciarono lo stesso spazio di prima fra loro e lui, sorvegliandolo e marcandolo, anche senza vederlo, data la densità della nuvola che alzavano, ma senza sbagliare di un millimetro circa la percezione della sua esatta collocazione fisica. Danzi aveva le due valigie da muovere e non c’era altro da fare che spostarsi un’altra volta. Bestemmiando di nuovo, con la smaniosa ordinarietà del marinaio genovese ubriaco,  iniziò a maledire loro e la loro sistematica incapacità d’immaginare il rapporto causa-effetto…Se non fosse stato convinto della naturale spinta dei cinesi a compiere continuamente atti inutili, maldestri e sempre molesti, avrebbe giurato che il loro agire facesse parte di un piano per tormentarlo. Bestemmiando ancora, si spostò inutilmente per la terza volta. Allora bevette una bella ciucciata di Whisky, e la sozza polvere di strada gli faceva stridere i denti al contatto, e salì sul primo autobus che arrivava a salvarlo da quella terribile burrasca senza vento. Era il numero 4.

Secondo l’indigesta e sconosciuta logica paradossale, radicata nel patrimonio genetico dei “marziani”, ogni evento era contemporaneamente l’evento e il non evento; ogni fatto conteneva la negazione di sé in sé. Quello specifico autobus numero 4, subito dopo le 6 di quel fetido mattino buio e polveroso, era una scatola familiare di acciughe in conserva senza la conserva. Oltre alle acciughe, e a una persistente nota di pesce marcio, si sentiva un pungente odore di provola affumicata; Danzi faticava a restare dritto in piedi in equilibrio.

Lo avrebbe scaricato più avanti, all’incrocio con Mai Dan Lu (Road), da dove avrebbe camminato verso la litoranea e sarebbe poi salito sul numero 8 per l’aeroporto. Perché si sentiva odore forte di provola in un autobus pieno di “savi” che avevano vissuto per 5000 anni nel terrore panico della luce e del formaggio? Danzi avrebbe potuto aspettarsi diversi tipi di odori, anche perché aveva visto più volte amorevoli madri far pisciare o vomitare i loro figli sui sedili degli autobus, oppure, quando era stato più fortunato, fuori dai finestrini, ma cosa c’entrava l’odore di formaggio? Era forse odore di piedi? L’odore del fumo si mischiava al resto ma era quello della sigaretta del conducente, l’odore di provola non si spiegava e neppure c’era una logica in grado di spiegare come poteva essere così gremito un autobus a quell’ora della mattina, diretto non si sapeva poi dove. Danzi ci era salito di fortuna, per salvarsi dalle due spazzine che stavano cercando di farlo morire soffocato, ma se avesse potuto prendere il suo autobus, quello diretto all’aeroporto, sicuramente non sarebbe stato così affollato, l’aria sarebbe stata respirabile, e niente pisciate sui sedili.

Quei bambini “marziani”, fastidiosissimi e chiassosissimi, erano agghindati con pantaloni che avevan già l’apertura sul posteriore e sull’anteriore; si trattava di una fenditura messa con giuste ragioni, uno spiraglio a forma di spicchio privo di bottoni o di cerniera. Sicché la giovane innocente creatura poteva evacuare in qualsiasi momento, senza dover rischiare di non trovare una ritirata e di prolungare la tensione della vescica per aprire i pantaloni e liberarsi. La madre, incurante delle altre anime che riempivano la scatola di acciughe in conserva senza la conserva, teneva alzate le ginocchia del piccolo, o della piccola, e lasciava scrosciare la pisciata sul sedile. Poi, con indifferenza confuciana, lasciava il posto abbandonando il seggiolino straripante e scendeva dall’autobus. Il sedile in plastica gialla restava però per poco tempo traboccante di piscia gialla, perché l’automezzo ripartiva e, con la guida di quegli autisti bruschi e maldestri, la piscia riversava in direzione opposta a quella presa dall’autista, dalla prima curva alla successiva; le manovre del conducente fumatore erano tutte brusche e repentine; al suo rientro in autostazione, non c’era nessun bisogno di stare a pulire i sedili.

 

 

Published by cma-sceneggiatore

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