La paranoia di Osvaldo – 3 – “Un Piccolo Controllo, una Formalità”

Danzi era fuori di sé, “perché non sei scesa prima e non hai insegnato a quel figlio di puttana di tuo figlio a pisciare contro un albero, come fanno normalmente tutti gli altri cani?” immaginava di domandarle, se avesse avuto senso farlo. E aveva assistito alla stessa operazione, tempo prima, in un ascensore gremito, anche nella fredda e austera capitale, quell’enorme cantiere, esteso come il Belgio, in cui si spendevano i miliardi per le scenografie e per i giochi olimpici, a pochi passi dalla miseria, dall’ignoranza e dalla degradazione, per distrarre i consumatori del mondo e gli investitori stranieri dalla notizia della nuova riforma fiscale, in vigore dal 2008 ma retroattiva fino a marzo 2007. I burattini al governo del nord avevano avviato le politiche restrittive, d’accordo con i loro padroni della banca centrale; i privilegiati investitori stranieri dovevano iniziare a pagare le imposte come gli altri, o quasi. Ma, a nord, dove tutti guardavano con rispetto reverenziale e con giustificato timore i figuranti della più grande burocrazia del finto comunismo, chi si permetteva di far pisciare i propri figli di puttana nell’ascensore? Qualcuno c’era, e proprio nell’ascensore di Danzi, pochi mesi prima di quella tragica mattina; il bambino era stato sollevato per le braccia da padre e madre, lei aveva tirato a sé il braccio sinistro e lui il destro, e lo avevano fatto pisciare sul pavimento dell’ascensore, prima che arrivasse al piano terra; proprio così, non gli era consentito, perché sollevato dal pavimento di almeno un metro, di bagnare le sue scarpette nuove ma lo si era invitato a pisciare sulle scarpe degli altri. E quelli non avevano detto nulla, e neppure Danzi. Era passato il tempo in cui i vicini si scambiavano vicendevolmente i bambini per mangiarseli, durante quelle lunghissime carestie nazionali, che si erano portate via 40-60 milioni di anime, venti milioni in più o venti milioni in meno, e che il sistema didattico occidentale, come pure i ruffiani dell’editoria, del cinematografo e della televisione, avevano strenuamente evitato di raccontare ai loro clienti occidentali, tutti simpatizzanti degli impianti ideologici dei finti comunisti. Quella pisciata in ascensore rappresentava solo uno dei tanti paradossi della capitale cinese, in cui si spendevano i miliardi per le scenografie e per i giochi olimpici, con i quali si prendeva per il culo il mondo e le grasse masse degli inconsapevoli investitori occidentali, tutti attratti dalle luci dei riflettori, mentre si mandava silenziosamente ad effetto la riforma fiscale, retroattiva fino a marzo del 2007. Ma quello della riforma fiscale doveva essere un dettaglio al quale nessuno poteva fare accenno, né in occidente e né in oriente, come pure non se ne parlava in Cina comunista; quei ruffiani di stampa e tv, sempre a leccare le suole dei burocrati con le case e gli uffici di lusso impiantati nel nord.

L’autista dell’autobus fumava sigarette robuste ma l’odore del fumo non riusciva a coprire l’odore di tutto il resto. Dovevano essere lavoratori diretti al mercato del pesce, dove cercavano di campare la giornata. Danzi non aveva mai lavorato al porto, neppure nei suoi anni peggiori, ma sentiva che il problema di sopravvivere quel giorno avrebbe potuto riguardare anche lui. “No” si ripeteva “è solo ansia e mania di persecuzione” e giù un’altra ciucciata di Whisky, stavolta senza polvere ma con quel retrogusto persistente di provola, pesce marcio, alcol e sigaretta robusta, fumata dal conduttore molesto.

Arrivati al porto si fermarono in un piazzale dove scesero in parecchi. Danzi trovò un posto relativamente pulito per accucciarsi prese a pensare alla sua convivente; l’aveva lasciata, meno di un’ora prima, abbandonata in un sonno profondissimo. Come invidiava quella sua straordinaria capacità di dormire a fondo e senza turbamento. Ogni volta che non aveva niente da fare, e cioè almeno quattro volte nell’arco della giornata, si sdraiava, o si sedeva, e poteva tranquillamente mettersi a dormire entro un paio di minuti, con la stessa ignoranza dei bambini innocenti che non avevano dovuto subire le minacce di un genitore troppo morboso o sperimentare i gravi sensi di colpa per qualche marachella realmente compiuta. Non era riuscito a tranquillizzarsi guardandola dormire, quella mattina buia di nerissimo buio nero. Del resto lei era “una di loro, una marziana”, con la differenza che era più onesta della media e che non pareva capace della violenza vendicativa di cui erano invasate molte di quelle donne, così dolci ma pure così velenose. E poi pareva che lei non investigasse mai sulle sue cose personali, per vedere se altre femmine venivano a interessarsi dei suoi fluidi organici o delle sue zone pilifere. Ogni oggetto che Osvaldo lasciava in giro per casa lo ritrovava esattamente nello stesso punto in cui lo aveva lasciato. Fino a giungere all’inevitabile eccesso di trovarsi tutto nello stesso disordine dal quale a volte non riusciva a districarsi. Osvaldo ci rimaneva assieme, nonostante la sua grassa patata non fosse bella come quelle delle altre marziane e nonostante che vi si ritrovassero spesso odori dei quali quelle delle altre erano assolutamente prive. Non sapeva cucinare, non sapeva tenere la casa in ordine e pulita; non era bella anche se poteva sembrare carina, era indolente, riluttante a lavarsi la figa e aveva le tette troppo grosse per i gusti di Osvaldo; a letto si muoveva sopra di lui con un languore tale da determinare un dolore quasi reumatico sulla parte dura di Osvaldo. Lasciava lunghi capelli neri in giro per tutta la casa, le gatte di polvere si riformavano ed ingrassavano ogni giorno; ma era così inerte che non riusciva quasi mai a infastidire l’irrequieto e difficile temperamento di Danzi, sempre insofferente verso tutto il mondo, verso le sue facezie, verso tutte le sue luci artificiali e tutti i suoi rumori. Lei riusciva a non infastidirlo e non lo infastidiva perché non faceva niente; si era talmente abituato alla sua inutilità che ad un certo punto si era accorto di non poterne più fare a meno.

Danzi scese finalmente in Central Lu e iniziò a tornare indietro a piedi fino all’incrocio dal quale avrebbe svoltato a sinistra per la litoranea. Ci arrivò in pochi minuti e prese l’autobus numero 8, finalmente, quello che andava all’aeroporto. Bello, fresco, non troppo gremito e condizionato. Nel frattempo si erano fatte circa le 6.45; aveva visto nascere il sole in una bellissima mattinata tropicale, aspettando il numero 8, ad una fermata proprio rivolta verso l’oceano, che si presentava esattamente come dovrebbe presentarsi in una mite giornata d’inizio estate, piano, fermo, quasi senza increspature, così calmo e piatto che faceva apparire l’orizzonte più ampio e molto più lontano, dando la percezione di un senso di libertà che nella vita di questa Terra non esiste. I figli di questo mondo hanno una sola vita, troppo breve, questo sì, ma è una vita breve e condotta con limitati e diversi livelli di autonomia possibile. La cosa che avrebbe temuto e sofferto di più era immaginare di vedersi anche solo vagamente ridotta quella limitata autonomia possibile.

L’ignara convivente dormigliona non ne avrebbe saputo niente, se Danzi non fosse rientrato da Hong Kong quella stessa sera, e non avrebbe potuto aiutarlo in nessun modo. Ovvio che ciò valeva anche per sua madre ma, comunque fossero andate le cose, se lui era stato accorto, ad entrambe non poteva accadere proprio nulla, a nessuna delle due, e per riflesso neppure a quel cane bastardo che sua madre si teneva e che manteneva. Avevano tutti nomi diversi, non vivevano assieme e i loro contratti di locazione erano sottoscritti da altri. Osvaldo aveva lavorato bene; e infatti furono lasciati andare; non sapevano e non avrebbero saputo nulla dei fatti che sarebbero seguiti. Per lui era diverso.

L’aeroporto di Sanya era formato da una pista di atterraggio e decollo con a fianco solamente due strutture logistiche per i movimenti di persone e cose. Venendo con il numero 8 si passava a fianco all’area internazionale e davanti a quella degli arrivi nazionali. I voli nazionali avevano una palazzina a due piani per dividere arrivi e partenze ma lo stesso non valeva per gli internazionali. Comunque l’autobus continuava la sua corsa fino alla fine del terminal degli arrivi nazionali. Da lì si scendeva o si saliva e non c’erano altre fermate. Danzi aveva quasi steso la bigliettaia con una fiatata di whisky ma lei si era complimentata per il suo buon parlare cinese. Scese dall’autobus, la cui unica fermata era ad un chilometro dall’entrata per i voli internazionali, in stato di leggerissima ebbrezza. Una marziana musulmana gli sorrise scendendo dallo stesso autobus. Lui prese a seguirle il sedere, domandandosi se le avessero mutilato il clitoride oppure no, e si decise di domandarle il numero di telefono. La donna, avvicinandosi all’entrata degli arrivi nazionali, si tolse il velo e iniziò a sembrare come tutte le altre ragazze cinesi, svagate e senza dio. Il numero comunque Danzi non lo ottenne e non stette nemmeno ad insistere con se stesso perché lei non parlava inglese e aveva quasi tutti i denti spettinati.

Nonostante la bottiglietta del whisky fosse mezza vuota, per superare la paura Danzi poteva solo cercare di togliersi dalle palle nel più breve tempo possibile. “Passi l’immigrazione e ti togli dalle scatole.” “Quando sarai sull’aereo riderai di tutte le cazzate con le quali ti sei tormentato.”
Passeggiata davanti alle entrate degli arrivi nazionali.
Passeggiata davanti al piazzale degli arrivi internazionali.
Entrata delle partenze internazionali.
Stavolta partenze e arrivi erano sullo stesso piano, in una struttura di legno caldissima che da lontano richiamava l’idea del luogo esotico di vacanza ma che in realtà non era affatto funzionale. Soffitto in legno altissimo, ampi battenti aperti, sempre in legno, niente aria condizionata. Non ci si poteva imbarcare vestiti o si sudava subito tutto il Whisky e bisognava poi cambiare la maglietta se non ci si voleva ammalare di polmonite in aereo. A differenza che nel piccolo aeroporto di Sanya, sui gelidi aviogetti Dragon Air di media grandezza, l’aria condizionata funzionava anche troppo bene.

Quel 6 marzo, alle 7 del mattino, il sole era chiaro ma pigro, si poteva anche andare in giro con pantaloni lunghi e camicia senza crepare di caldo. Osvaldo aveva addosso l’essenziale. Al banco informazioni delle partenze internazionali stava in piedi in dormiveglia una ragazza che conosceva un patrimonio di 6 parole in inglese. Quale che fosse stata la domanda, non si sarebbe mai ottenuta una risposta comprensibile. Alla sinistra del banco Danzi poteva distinguere l’entrata per le partenze internazionali. Uno sbirro alto e serio con i capelli corti e la divisa verde dell’ Esercito Popolare di Liberazione osservava il viandante, l’unico, che si avvicinava alla transenna per i passeggeri in entrata. Osvaldo non aveva il biglietto. Gli avevano lasciato solamente una ricevuta in carta velina con su scritto importo pagato e numero del volo. Con quella ricevuta avrebbe potuto fare il Check-in; così gli era stato assicurato. La paranoia avrebbe suggerito di fargli comprare un biglietto vero da fare vedere allo sbirro alto in modo da non richiamare possibili domande da parte di qualche “marziano” in divisa. Stavolta la paura non aveva aiutato. Il prezzo di quella ricevuta in carta velina era troppo basso rispetto a quello del biglietto vero. Danzi si era fatto tentare ed aveva errato anche in questa sua seconda elezione.

Ora si trovava pieno di paura davanti allo sbirro e non sapeva se mostrare la ricevuta o tentare di tirar dritto. Decise per la prima opzione ma il giovane piedipiatti era più meravigliato del fatto che gli venisse mostrata anziché del fatto che Osvaldo non avesse biglietto e passaporto validi stretti nella mano che non era impegnata con i bagagli. Un personaggio impreparato e apparentemente inconsapevole della sua funzione e sul  del suo ruolo, come prima di lui era stata l’impiegata del banco informazioni. Piantato come un palo della luce senza fili, solo e disarmato, messo lì solo a far figura, davanti all’ingresso delle partenze internazionali dell’aeroporto di Sanya. “Che cavolo ce lo hanno messo a fare lì, un piantone, un cretino di piantone in divisa verde, un cretino alto come un palo della luce, un cretino con lo sguardo da cretino ma truce e sospettoso, un cretino che però non ti controlla neppure se hai il biglietto. E il passaporto? Idioti. E cretino pure lui. Ma se non hai uno scopo nella vita devi metterti a guardare storto proprio me? Idioti. E certo, non ci sono che io qui all’entrata degli internazionali, chi altri dovrebbe guardar male quello? Beh, potrebbe sorridere, invece, per esempio, con calore, come fanno in Singapore e in Indonesia, per esempio, sia gli uomini che le donne, sempre, qualunque sia il tuo problema. Mica solo perché sei sbirro, e disarmato, devi per forza guardar male la gente, dico io, dio cane.” Danzi pensava ad alta voce, sempre, e a maggior ragione in Cina comunista, perché lì nessuno ti prende per matto se parli da solo ad alta voce, anzi.
Era passato alla prima ispezione, aveva superato il primo ostacolo con cappello e divisa verde dell’esercito di liberazione. Tutto sembrava regolarmente casuale e non pazzamente tetro come in tutte quelle sue visioni in cui il male prevaleva sul bene.

Banco di compilazione del modulo per i passeggeri che non desideravano dichiarare le loro esportazioni.
Danzi compilò.
Banco di controllo del funzionario di dogana che ritira, senza guardarli, i moduli compilati dai passeggeri in partenza che non han voluto dichiarare le loro esportazioni.
Danzi consegnò il modulo al funzionario di dogana e gli sorrise, come a sottolineare il profondo rispetto di un lecca-culo verso il funzionario di stato della grande Repubblica Popolare Cinese, un altro cretino in divisa che non sa neppure cosa sia stato messo a fare dietro quel banco e perché. Il funzionario questa volta rispose al sorriso, ringraziò  per la considerazione di un Danzi molto opportunista e in cerca di benevolenza. Nessuno si rivolgeva a quel doganiere mostrandogli altrettanta stima; meno che mai gli altri suoi concittadini, infastiditi almeno quanto lui di dover compilare quell’inutile foglio di carta stampata.
Banco accettazione per il Check-in.
Una lunga fila di valigie.
Un paio di cinesi a lato destro della fila di valigie.
Un australiano di 35 anni al lato sinistro della fila di valigie a 4 metri dal banco accettazione.
Erano già entrati, quindi, gli stranieri, l’area degli internazionali all’ingresso pareva vuota!
Danzi, per non fare come i marziani che passano davanti agli invisibili viaggiatori che stanno in fila, gli chiese: “stai facendo la fila?”
L’australiano, oscillando pochi capelli gialli in senso orario e facendo roteare il braccio tatuato in senso antiorario, rispose: “che altro potrei voler fare visto che son qui?”
Cosa si merita uno stronzo tatuato che alla mattina ti risponde così?
Danzi non andava in cerca di rogne, non quella mattina. Sapeva che la fila di valigie doveva essere di qualche gruppo e che si profilava un’attesa lunga, perciò o si passava avanti al gruppo o si cambiava linea di fila.
Fortuna che c’era un altro banco.
Osvaldo ci andò e in un attimo aveva fatto il check in, dimenticandosi di chiedere il posto avanzato al corridoio e di esibire la tessera per i punti ‘frequent flyers‘; erano sviste per le quali si malediva continuamente da 8 anni, ma quel giorno era tutto così diverso.
E poi aveva la carta d’imbarco in mano, era a mezza strada per la libertà.
Era andato tutto bene, quella ridicola ricevuta di carta velina era valida e non avrebbe dovuto attirare attenzioni cercando la sua prenotazione altrove.
Osvaldo però non passò subito all’ultima fase, che era lì, a pochi metri. Prima doveva finirsi la seconda metà  della bottiglietta da mezzo litro, contenente 250 cl di Jonny Walker black label in soluzione con acqua di sorgente.

Avanti al banco per il controllo passaporti c’erano delle colonne con delle piccole mensole in legno per scrivere e compilare i soliti moduli di entrata e uscita dal paese. Sul retro si intima il passeggero in ingresso a far presente alla stazione di polizia dove andrà a soggiornare, qualora non fosse già prenotato in hotel. Danzi senti’ il primo brivido di freddo in un area priva di climatizzazione. Per anni non lo aveva mai fatto, non aveva mai detto a nessuno dove andava ad abitare. Ora gli avrebbero senz’altro creato problemi. Quale poteva essere la sanzione prevista per lo straniero che non si fosse conformato a questa prassi? Per anni le regole e le norme erano state tutte ignorate, aveva fatto batterie con le puttane, aveva contrabbandato macchinari per milioni di dollari, aveva corrotto pubblici ufficiali e ora doveva spaventarsi per un altro piccolo, ridicolo, dettaglio formale?

Ma non lo sai che per il reato di corruzione in Cina ti ammazzano? Lo sai che la corruzione è punita con la pena di morte, al pari che lo spaccio di droga e la violenza collettiva contro le donne? Forse tutti i negri che spacciano eroina nel quartiere delle ambasciate di Pechino non lo sanno. E chissà perché lo fanno tanto apertamente, e perché, proprio nel quartiere delle ambasciate? In quella zona pareva di essere ad Amsterdam, altro che Pechino. E poi c’era quel bar di Xiamen, il Londoner, dove tre volte a settimana il proprietario faceva girare talmente tante canne fra i clienti che, oltre a vedere bene la nebbia dentro il locale, si poteva sentire l’odore dell’erba a miglia di distanza. Pena di morte? Gli stranieri non li toccano. Beh, per la verità era stata eseguita una condanna a morte, a Shenzhen, nel 2001? O era successo nel 2004? Smetti di fare il coglione e di pisciarti sotto!

Seguitando la compilazione del modulo Osvaldo incontrò per la seconda volta l’infecondo australiano tatuato che se ne veniva a compilare il modulino sulla sua stessa mensola. Unendosi al tradizionale malcostume dei marziani che insistono  sempre con domande impertinenti, l’australiano se ne uscì dicendo:
“Sei qui per affari o per vacanza?”
“Vacanza” E tu perché non pensi agli impegni tuoi? Avrebbe aggiunto Danzi, ma non poteva, non doveva.
L’australiano iniziò poi a muovere entrambi gli avambracci tatuati in avanti a richiamo di festa del villaggio di campagna.
“La prossima volta vieni al nostro hotel, è bellissimo; lo abbiamo appena inaugurato”.
E chi se ne frega? Sarebbe stato giusto dire ma, siccome era tutto vero, Danzi non lo disse.
“Quale hotel?”
“Il Ritz Carlton, a Yalong bay.”
” Ci sono stato, è quello con la chiesa all’esterno?”
“Abbiamo una chiesa ma si trova al suo interno, quello che dici tu é il Crowne Plaza”.
Ah, bene, vedrai che è lì che torno e non al tuo albergo di merda, pervertito! “Il vostro lo avete appena inaugurato? Tu chi sei, uno dei proprietari?”
“No, sono uno dei manager.”
E vieni a rompere il cazzo proprio a me? Proprio oggi? Quegli analfabeti hanno assunto come manager un Hooligan tatuato. Tatuato? Pare uscito dal fango di una di quelle sagre con i combattimenti fra donne, tanto è imbrattato; non si sa se si deve guardarlo o leggerlo. E poi macchiato d’inchiostro lercio e da un ago lercio, con una serie impressionante di caratteri in cinese, e in cinese tradizionale per giunta. 

Un hooligan iper-tatuato, dall’aspetto generale, diciamo, non pulito, trasandato, che parlava masticando le parole molto più di quanto non facesse Danzi  sotto l’effetto dei 250 centilitri di scotch annacquato ancora non completamente sintetizzati ma bevuti a garganella a stomaco completamente vuoto. Forse gli avrebbe fatto un bello sconto visto che non si faceva i cazzi suoi ed invitava uno sconosciuto a una festa come si fa con i vecchi amici ritrovati per caso proprio sulla via della festa.

“Quanto mi fai pagare?” Domanda retorica.
“Non è caro, sono solo 150 euro a notte.”
Vaffanculo te e tutti gli altri bifolchi australiani come te. Avreste fatto meglio a starvene a coltivare viti o a correre appresso ai canguri anziché venire a proporre i vostri cattivi esempi in questa terra “vergine”. Così si sarebbe meritato. Invece Danzi volle continuare come prima:
“Va bene, la prossima volta ti telefono, lasciami il biglietto da visita”.
“Non lo ho, ti do il mio numero.”
Il manager che fa la promozione dell’albergo non ha biglietti da visita? “Vabbè, me lo segno.”
Danzi prese ad annotare il numero “Hai notato cosa scrivono sul retro del modulo di uscita? I passeggeri in arrivo devono comunicare dove alloggeranno alle autorità di polizia qualora non avessero a stare in Hotel. Non è strano che lo scrivano sul modulo di partenza anziché su quello di arrivo?”
L’australiano biascicò qualcosa e la pronunciò peggio di un tassista londinese ubriaco. Osvaldo non capì la sua piatta battuta di risposta e nemmeno si dette la pena di chiedergli di ripetere; voleva evitare di dover risentire quegli strascichi di frasi mal dette dal portatore di quella lingua, in origine così diversa da come la interpretava lui, pur non avendo ancora iniziato a bere.

Finita la bottiglietta, carico di tensione e pronto al peggio, Danzi si mise in coda per il controllo passaporti.
Non c’era nessuno, Danzi non dovette aspettare.
Passò il passaporto al giovanotto in divisa verde, assieme a carta di imbarco e modulino di espatrio. Il funzionario iniziò a sfogliare il passaporto e a digitare qualcosa nella macchina davanti a lui. Con molta indifferenza, come fanno sempre qualunque altra cosa, del resto. Poi però doveva aver attirato l’attenzione di un suo collega supervisore, senza farsi notare, forse con un cenno del capo o premendo un bottone, perché quello venne al banco a sentirlo. Anche questo avveniva spessissimo, Danzi lo sapeva, sono sempre goffi, maldestri, pensava, e invece questa volta il cretino era proprio lui. Il funzionario si avvicinò con discrezione e, ancora con indifferenza, il giovanotto in divisa al banco gli disse qualcosa mostrando con aria svagata il passaporto del Danzi. Il suo superiore annuì, come se l’altro gli avesse chiesto dove doveva mettere il timbro, e tranquillamente si allontanò.

Il giovanotto al banco nella divisa verde dell’Esercito di Liberazione riprese allora a cazzeggiare con passaporto e computer.
Fece una, o un paio, di telefonate.
Che fa ora? Telefona? Qualcosa non va, ma non può essere un problema vero. “Sono maldestri, sono sempre così maldestri…”
Sempre maldestri o quasi sempre maldestri?
Arrivò un altro funzionario, si scusò e con indifferenza disse che doveva fare un altro controllo di procedura ordinaria su quel maledetto passaporto. Pregò cortesemente il Danzi di spostarsi al lato del banco e di attendere con pazienza per un secondo o due. Con la solita tranquillità e noncuranza, come un portalettere che sta per andare a fare una consegna, se ne andò portandosi via il passaporto. “Ma dove cazzo te ne vai, ruffiano, dove vai?”

A questo punto Danzi non aveva più dubbi sul fatto di essere fregato.
E lo era.
Dal lato esterno del banco, quello dalla parte delle pecore che hanno già passato il controllo, dovette stare a guardare uno a uno tutti i passeggeri in uscita che venivano tranquillamente lasciati andare. Sembrava d’un tratto che il processo fosse divenuto rapidissimo. Davano il passaporto, si sentiva il colpetto secco del timbro di uscita, il passaporto veniva restituito e loro, con la solita fretta di tutti quelli che vanno o che lavorano a Hong Kong, sgattaiolavano via. Evitavano lo sguardo di Danzi come si evita quello del fantasma del condannato a morte. La commedia dell’attesa di procedura finì quando l’ultimo passeggero fu lasciato passare. Finalmente si avvicinò un altro smilzo disinvolto in divisa verde e lo pregò di accomodarsi in una stanza all’interno dell’area che precede il banco immigrazione. Quel maledetto banco disposto a profilo disegnava il limite immaginario fra libertà e detenzione; Danzi doveva ritornare ad una fase della procedura di espatrio che precede il passaggio dall’immigrazione. Doveva tornare un passo, o un  paio di passi, indietro rispetto a quel limite e a quel banco con il giovanotto dal cappello verde disposto di profilo che continuava a fissare dritto davanti a lui mentre Danzi retrocedeva incredibilmente verso l’interno.
“Qual’e’ il problema con il mio passaporto? Mi fate perdere l’aereo!”
Danzi iniziava a protestare garbatamente; non voleva dar loro il vantaggio di sapere che si sarebbe potuto aspettare un fatto del genere. Doveva cascare dalle nuvole, apparire ignaro, perplesso e magari
anche un po’ scandalizzato o profondamente incazzato. Certo, adirato sarebbe stato un qualsiasi cittadino con passaporto statunitense o tedesco, ma quelli potevano permetterselo, perché a quelli il consolato dà protezione reale. Ai consolati italiani neppure rispondono al telefono. Danzi avrebbe potuto rendere almeno gli odori del povero viaggiatore innocente ostacolato per errore di procedura. Ma loro sembravano pure più perplessi e ignari di quanto cercava di apparire lui, che invece sapeva tutto.
“No, scusi, dobbiamo fare un piccolo controllo, questione di un attimo. Una cosa semplicissima. Non si preoccupi, non perderà il volo.”

 

Published by cma-sceneggiatore

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