La paranoia di Osvaldo – 4 – “Conosceva le Procedure, era il Sovrintendente”

Venne fatto accomodare in una stanza pulita, dalle pareti tinte recentemente di bianco, dove erano due scrivanie. Su una c’era un cappello militare verde, il cosiddetto “esercito di liberazione” montava divise verdi.

Ma perché – si domandava – che ci fa l’esercito di liberazione al valico di frontiera? E però polizia non è; e no, quelli hanno le divise nere, o grigio molto scure, o azzurre, se sono in strada a molestare i venditori gitani. Sia come sia, la testa vuota che normalmente sta sotto quel cappello ora non è in ufficio.

Sull’altra scrivania, una guardia, anche questa con aria distratta e cordiale, come quella di tutti gli altri burattini incontrati sulla via, fatta eccezione per il piantone all’entrata, pareva assistere ad una situazione di routine, e non dava alcun peso alla gravità della situazione che si stava profilando.

Non mostrare preoccupazione, non averne. La scheda SIM del telefonino è già spezzata in due, e i due frammenti sono incastrati proprio sotto il banco dell’immigrazione, dove li hai infilati con la punta della scarpa durante quel penosissimo tempo in cui sei stato tenuto di lato ad aspettare, osservando uno a uno tutti i fortunati che venivano lasciati liberi di partire. Quei burattini in divisa verde non sarebbero certo andati a cercarla proprio lì, avrebbero preso il telefono e se lo sarebbero registrato in carico, come gli altri oggetti personali, così com’era, privo di contenuti digitali, privo delle tracce delle tue comunicazioni.

Di fronte alle due scrivanie che si guardavano c’era un piccolo divano con un tavolino e un posacenere pieno di cicche. Danzi fu invitato a sedere.
Questo non faceva che peggiorare le cose.
Chissà quanto avrebbe dovuto aspettare prima di essere portato via.
Comunque cercò, o finse, di non perdersi d’animo.
“Posso fumare qui?” Domandò al funzionario seduto sulla scrivania che guardava quella del suo collega assente.
Pure se siamo in un aeroporto, qui dentro voi fumate, guarda un po’ quante cicche ci sono nel portacenere. E che altro vuoi fare, dalla mattina alla sera, con un impiego inutile come il vostro? 
“Certo. Sì, nessun problema. Oh,.. fumi le sigarette cinesi?”
“Si, sono le migliori, ne vuoi una?”
“No, grazie. ..”
Nessuno rifiuta una sigaretta nella terra dei marziani ma non sia mai che l’aguzzino si prenda confidenza e scambi convenevoli con un condannato, Cristo!
E però l’uomo in divisa verde, divisa ben curata, per cambiare, si sedette sul divano proprio a fianco a Lui.
“Da quanto tempo sei qui in Cina?”
“Circa 3 anni.”

Perché dici 3 anni? Sono almeno 8, per Diana. Adesso risulterà a verbale che hai mentito ad una guardia dell’esercito di liberazione. Se è vietato mentire ad un qualsiasi porco con pistola e distintivo negli Stati Uniti d’America, vuoi che non lo sia anche qui in questa terra di matti, dove il diritto non sanno nemmeno cosa sia in teoria? Sono 5 anni di detenzione, negli Stati Uniti, per una sciocchezza del genere, per aver detto una bugia ad un qualunque funzionario di una qualche polizia, e di ‘forze di polizia’ ne hanno a decine. Basta dire “non so di cosa parli” per prendersi 5 anni, senza condizionale, se dimostrano in qualche modo che, pur essendo innocente, una piccola cosa, un qualunque piccolissimo irrilevante dettaglio sulla questione di merito, invece la sapevi.
“Eri tu quella mattina, sul numero 8 delle 5:45?”
“Non so di cosa parli”
“Sappiamo che invece tu c’eri sul numero 8 delle 5:45, abbiamo i video, perché ogni mezzo pubblico monta le telecamere”.
“Io non c’ero, io ho preso quello delle 6:00”.
“Allora lo sai di cosa parlo! È vero che non c’eri. Infatti non abbiamo il video, come non è vero che il numero 8 parte alle 5:45, ma noi possiamo mentire, tu no. Tanto è vero che adesso ti becchi 5 anni, anche se sul numero 8 non c’eri, perché hai mentito quando hai detto che non sapevi di cosa parlavo!” 
“Ma 5 anni per cosa? Io non ho fatto nulla e sul numero 8 non c’ero!”
“Hai mentito, con quel ‘non so di cosa parli’, ora ti becchi 5 anni di prigione.”
E questo è il sistema americano. Secondo lo schema mentale occidentale, e il mio è certamente uno schema mentale pieno di stereotipi occidentali, il sistema della giustizia penale cinese deve essere peggio, molto peggio, ti becchi 10 anni in qualche centro di rieducazione, come minimo. Forse non è vero, nessuno saprà mai la verità sulle pene previste per gli occidentali bugiardi in Cina. Pene previste? Ma quali pene previste? Quando mai prevedono il futuro? Sono privi d’immaginazione, sanno solo ripensare il passato.
Comunque potesse andare a finire, era certamente un altro errore iniziare una convenevole conversazione con uno di loro. ‘Tutto ciò che viene detto può essere usato, sarà certamente usato contro di voi’. Questo vale un po’ dappertutto. Ma come si inizia a cianciare al caso, per non mostrare timore o preoccupazione, senza dover affrontare le domande che si fanno sempre a convenevoli?

L’effetto del whisky non era più percettibile, se mai lo fosse stato prima, con tutta quella tensione nervosa. L’alcol era stato completamente smaltito e anche la sigaretta cinese di Danzi era esaurita. Lo sbirro in verde si accomodò meglio sul divano in plastica verde, “verde come la sua divisa dell’esercito dei pupazzi della finta liberazione”, per continuare la conversazione amichevole, e Danzi si fece finalmente un po’ sospettoso. Iniziò a fingere di non capire le domande, di avere difficoltà con la lingua, per evitare di palare e di rispondere. Però in quel momento entrò un’altra guardia che, a differenza di quei ragazzi che dovevano essere i suoi sottoposti, un po’ di inglese lo masticava.
Meglio parlare in inglese allora, così si tengono le distanze e si fanno meno sbagli.

Danzi aveva letto tutti i romanzi di Ian Fleming; da qualche parte doveva aver tratto la frase: “quando le probabilità sono ridotte al minimo e tutto sembra perduto, è proprio il momento di mostrare sicurezza, o almeno indifferenza”. Aiutato dalla consapevolezza, più che dall’effetto, di aver tracannato 250 centilitri di Black Label originale, in soluzione con altri 250 centilitri di acqua distillata e senza polvere di strada, Osvaldo si alzò e, con aria distratta e cordiale, disse alla guardia, questa volta in l’inglese:
“Scusi, io non voglio restare qui ad aspettare, mi fate perdere l’aereo con i vostri ritardi.”
“No, non si preoccupi, se tardiamo, facciamo aspettare l’aereo.”

Questa risposta falsa, così falsa come la somma di tutte le bugie dei proverbi cinesi più grossolani, più lontana dalla verità di un falco dal sole, dette motivo di rilassamento indiretto al sistema psicosomatico di Osvaldo Danzi, già compromesso da anni di stravizi e di altre giustificate paure. Osvaldo aspirava il fumo della seconda sigaretta, alle 7:30 del mattino, così in profondità che, se avesse voluto far aria dal basso, in quel momento avrebbe potuto fumare col culo.
Rimase calmo, o finse di rimanere calmo.
Il numero delle guardie verdi presenti al fatto, però, nel frattempo stava ingrassando.
Era persino arrivato per la occasione il piantone alto e magro che lo aveva visto entrare senza controllare il suo biglietto, all’inizio della trafila. E se lo guardava con un’aria stronza e soddisfatta, come a trovare una non dovuta giustificazione alla sua inutile esistenza e alla sua precaria funzione in aeroporto.
“Ti abbiamo beccato, finalmente!” gli pareva che pensasse “Facevo bene a guardarti male, all’ingresso, avevo ragione che eri sospetto, ora non  si dirà più che io sono qui solo a fare il palo davanti all’entrata e senza un compito specifico. Anche io farò carriera e potrò trovare una moglie o magari due, meglio no, più di due, come fanno i capi del partito. Voglio scopare come il grande presidente, che faceva le batterie con le vergini, evviva il fondatore della mia guardia!”
Quell’ignorante e scontroso residuo della lunga marcia non sa proprio di cosa stia fantasticando – si diceva Danzi – Anche il presidente Mao era stato una spia dell’impero della Banca d’Inghilterra e anche lui, direttamente o indirettamente, era stato manipolato, pilotato, dalla cricca di Yale, l’università frequentata dagli analfabeti della famiglia Bush, e da una delle tre sorelle mignotte di TV Soong, il reggente della banca centrale cinese, che la teneva per conto dei banchieri occidentali. Tutte le vicende del finto comunismo non sono altro che grandi prese per il culo.
A parte le manie di grandezza e i complessi della guardia ignorante, era ora che succedesse qualcosa in quella remota località turistica, emersa solo negli ultimi due anni, dopo aver ospitato valanghe di turisti russi e frotte di piccoli criminali lasciati a lavorare nel torbido indisturbati. Hainan era un’isoletta dove il tempo non si era fermato, nonostante l’ignoranza e la rozzezza della gente del posto.
La porta di quella stanza così nitidamente bianca rimaneva aperta.
Danzi poteva tentare di sgattaiolare fuori.
Ma dove avrebbe potuto scappare?
Arrivarono i ragazzi della compagnia aerea e apparivano tutti agitati.
Parlarono un po’ con le guardie e però, se pure sorridendo, mostravano una certa fretta.
Il piccolo aviogetto Dragon Air era ancora fermo ad aspettare di poter chiudere il portello.
“Buon segno” pensava Danzi. “Buon segno”?
La ragazzina agitata smise di lagnarsi con gli sbirri quando riuscì ad apprendere che Danzi aveva solo bagagli a mano. Non era necessario andare nella stiva, perciò, a cercare le sue valige per scaricarle a terra, come prevedeva la procedura IATA. Aveva ben ragione di sentirsi sollevata dal timore di un rimprovero per il ritardo o da quello ben peggiore di dover fare del lavoro in più per cercare e smontare la sua roba. Il piccolo aviogetto sarebbe rullato ben probabilmente in orario. La marziana in divisa blu della Drago Air di Hong Kong, infatti il volo era diretto proprio lì, aveva cordialmente protestato con i bravi della milizia dell’esercito di liberazione, non per sollecitare il rilascio di un passeggero mancante ma per problema del suo bagaglio.
Questa era la conferma finale che Danzi sarebbe rimasto a terra.
Ormai era chiaro persino a Lui che non sarebbe partito.
Tutti i suoi sogni sui bagordi con le sue dolcissime amiche filippine, che si vendevano per tutta la notte nei locali di Wan Chai, erano svaniti. Sogni bagnati e subito spenti in quel posacenere anti-vento, sulla scrivania di una guardia assente, in una stanza bianca e senza finestre, nell’unico aeroporto non condizionato di tutto il Sud Est Asiatico.
I tempi dei bocchini con ingoio totale preannunciato erano finiti.
I languidi abbracci o la mano stretta e vischiosa di lubrificante vaginale di Glen erano andati. La stretta della mano di Glen con la sua, le dita intrecciate con le sue, che scivolavano e si strofinavano fra loro, sguiscianti, perché unte di lubrificante vaginale a base d’acqua, non sintetico, usato per il sesso anale più totale, erano la prova decisiva del fatto che Glen si eccitava a sentirselo venire dentro, nel punto più profondo del suo buco del culo. E lui che, dopo dieci minuti di riposo e senza tirarle fuori il cazzo dall’ampolla rettale di lei, riprendeva piano piano e le veniva dentro il suo profondissimo paniere un’altra volta, una seconda volta, e nella stessa inculata!
Quante altre donne al mondo potevano compiere il miracolo?
Due orgasmi con una sola inculata!
Donne meravigliose, capaci di farti venire due volte durante la stessa inculata.
Quante ce n’erano?
A Osvaldo ne erano capitate solo due e mezza, in una vita intera, nonostante avesse fatto le batterie con centinaia di puttane, centinaia, durante i suoi viaggi nel sud est asiatico.
Due femmine capaci di farlo venire due volte di fila facendosi inculare.
Due volte durante il lasso necessario alla stessa inculata e nella stessa inculata.
La prima delle due morbosissime femmine – amante storica – era ora a Singapore; lavorava e tirava su un bambino maschio ottenuto da una batteria di sfregamenti alla quale aveva occasionalmente partecipato anche quel suo marito olandese, un programmatore di qualche ditta di computer americana, che aveva conosciuto attraverso le inserzioni in rete e che aveva portato alla sua religione . Nessun problema ad astenersi dalla carne di maiale, visto che era vegetariano da prima di conoscerla, ma forse non era circonciso. La seconda, Glen, se ne stava a Manila ad aspettare Osvaldo e non si curava minimamente di drammatizzare il coprifuoco che seguiva l’ennesimo tentativo di colpo di stato che era appena fallito in quei giorni.

Ma Osvaldo non aveva preso il biglietto per Manila.
Avrebbe dovuto andare prima a Hong Kong, partendo quella mattina da Sanya. Subito dopo, dopo che fosse riuscito ad arrivare nell’area di transito internazionale di Hong Kong, avrebbe comprato un biglietto elettronico per Manila. Il posto lo avrebbe trovato senza problemi; ogni giorno c’erano almeno 5 voli Cathay Pacific per Manila e anche qualche altro volo meno caro, volando con Philippines Airlines. E se anche fossero stati tutti pieni, avrebbe preso una rotta qualsiasi per un’altra destinazione, magari Bangkok. Che importava? Doveva solo fare festa e ubriacarsi di puttane, per essere riuscito a ritrovarsi completamente libero, nonostante le sue paranoie. Poi sarebbe rientrato a Hong Kong e da lì con Cathay sarebbe andato a Manila un altro giorno. Tutti biglietti erano comprati via rete in pochi minuti, con il leggerissimo computer portatile appoggiato sulle gambe che si agganciava ai velocissimi servizi senza fili dello straordinario aeroporto di Hong Kong. Non aveva comprato il biglietto per Manila mentre era a casa per via della sua paranoia. Sentiva che qualcosa sarebbe andato storto e si era limitato a comprare solo il biglietto della prima tratta, quello trascritto a mano su carta velina.
Quella paranoia gli aveva tenuto lo stomaco contratto per qualche anno.
Prima della fissazione paranoica aveva avuto quella della gelosia ossessiva.
Da qualche parte la gelosia si alimentava con i tradimenti della persona gelosa.
Da qualche parte Danzi aveva sentito dire che ‘il geloso tradisce. Poi, in colpa, per punirsi, si immagina di essere tradito a sua volta. Il geloso viveva in pena di corna anche più che se fosse davvero cornuto. E la parte comica  era che, nonostante tutta la sua pena, e a volte, anzi, proprio a causa di essa, il geloso diventava poi cornuto per davvero. Tutto ciò, comunque, avveniva in una fase in cui la sua guardia era calata. Per stanchezza, o per auto-convinzione, a lungo andare l’uomo geloso smetteva di controllare cosa faceva la propria moglie o la propria donna, e proprio in quella fase, lei, esausta ed irritata dalla persecuzione del marito geloso, dalle sue ispezioni e da quelle maledette restrizioni, iniziava a farsi venire in bocca da un altro o da più d’uno. E quell’altro, o quegli altri, capitavano proprio quando lui non se lo aspettava.’

Non si voleva  dire con ciò che la donna fosse infida e che approfittasse della fase della guardia abbassata. Si trattava evidentemente di una coincidenza. Infatti le donne erano furbissime, assolutamente e storicamente più furbe degli uomini. Quando volevano fare una birbonata, quale che fosse il momento, la facevano, punto e basta. Danzi era stato cornuto fin dalla sua prima ragazza, che ebbe a 18 anni, o 17 e mezzo. Era stata una esperienza molto fastidiosa e dolorosa.
E adesso, a 42 anni, doveva farne una diversa, altrettanto fastidiosa e dolorosa.
Doveva scoprire che la paranoia non funzionava come la gelosia.
Con la gelosia, si teme continuamente di fatti che non accadono o che possono non accadere. Ma quando i fatti immaginari della paranoia si realizzano nella realtà pratica, quel momento coincide proprio con la fase di massima allerta. Il paranoico teme che un certo fatto possa avvenire e proprio in quel momento il fatto avviene. In taluni casi questo meccanismo  rende il timore razionalmente motivato.
Da qualche parte recondita dell’anima un campanello, comunque maledettamente tardivo, ti avvertiva che dovevi squagliarti perché qualcosa di pericoloso stava per capitare in conseguenza dei tuoi precedenti piccoli peccati. E allora andavi in allarme ad ogni rumore di motore, ad ogni vista d’auto con lampeggiante che girava sul tetto e che ti si avvicinava in un senso o nell’altro. Boccheggiavi ad ogni auto con i vetri oscurati che ti si affiancava lentamente e che si fermava proprio vicinissima a te. Ti si rizzavano tutti i peli quando il passo dell’oca di qualche russo bifolco che abitava sopra di te disturbava la concentrazione della tua lettura sulla terapia della paranoia. Sentivi lo stomaco e l’intestino che ti si ritorcevano quando per sbaglio bussavano alla porta, anche se la casa non era a tuo nome, anche se nessuno sapeva che eri lì, anche se nessuno doveva o poteva sapere dove tu fossi. Sapevi che nessuno doveva saperlo, ma sapevi anche che “nessuno” in Cina comunista non esisteva e che, sicuramente, chi voleva saperlo lo sapeva. Allora iniziavi a sentirti guardato ovunque andassi, e iniziavi a camminare in punta di piedi, per andare a pisciare, quando ti svegliavi tutto sudato fradicio, anche in quelle notti in cui l’aria condizionata funzionava bene ed era regolata al massimo.

 

Stavolta i passi concitati e gli sguardi sospettosi non si mostravano.
Tutti si comportavano come se niente fosse.
Secondo Danzi, l’indifferenza delle guardie marziane dell’Esercito Popolare di Liberazione era tanto più pericolosa e temibile dell’aria inquisitiva e prepotente degli sbirri terrestri.
In quel momento entrarono nella stanza altri ragazzi magri, sempre in uniforme verde e con le facce svagate.
Uno di loro era il traduttore per la lingua inglese.
Forse era lui che stavano aspettando.
Tutte le elucubrazioni sulle inculate di Manila e sul rapporto fra gelosia e paranoia lo avevano distratto e nel frattempo il piccolo velivolo Dragon Air era bello e partito.
Il terminal internazionale di Sanya era di nuovo deserto.
L’australiano tatuato era sparito per sempre e con lui il gruppo di marziani che lo avevano preceduto, occupando di valigie tutto il percorso tracciato per il banco di accettazione.
Ciò che della realtà di tutto il mondo restava, era li, in quella stanza bianca senza finestre.
Danzi, svuotato di ogni pensiero utile, se ne rimaneva seduto sul divano di plastica verde, non sapendo cos’altro fare o pensare. Le guardie in divisa verde continuavano a venire ed andare con quell’aria svagata e tranquilla. Solo il piantone, dritto in piedi fuori la porta come un pennone con bandiera verde, continuava a fissarlo con sguardo truce e stupida aria di trionfalismo. Un giovane vestito di verde si unì al gruppo di divise verdi, mostrando molta sicurezza di sé, anche se non biascicava nemmeno una parola in inglese.
La sua divisa era ben ordinata e sfoggiava più decorazioni a segno del suo grado che, nonostante le sue maniere garbate, gli permetteva certamente di schiacciare tutti gli altri.
Loro, del resto, non si erano minimamente azzardati a prendere iniziative prima del suo arrivo, che si aveva fuori orario, e anche questo ritardo serviva da sfoggio per il suo grado.
Era lui il padrone verde degli uomini verdi nella stanza bianca senza finestre.
Se ne stava in piedi con serena fermezza, il suo sguardo era tranquillo e pareva meno magro e meno dinamico degli altri risoluti giovani e magrissimi uomini verdi.
Conosceva le procedure, era il sovrintendente.

 

 

Published by cma-sceneggiatore

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