1 – La paranoia di Osvaldo

NOSTALGICA PREMESSA

Osvaldo Danzi si era sistemato in un posticino gradevole che appariva, doveva apparire, perlomeno tranquillo. Sanya, una cittadina di mare sull’isola di Hainan, l’unico atollo tropicale vivibile, nonostante tutto, per un occidentale di media cultura ma capace di vivere, per un italiano, poi, scegliendo tra le poche convulse e tristissime opportunità di reale spazio fisico utilizzabile, offerte dal pianeta dei “marziani” che abitavano la Cina continentale e le sue isole.

Danzi aveva preso a chiamarli “marziani”, per via delle loro abitudini incomprensibili, e dopo un po’ quello stupido soprannome aveva contaminato anche un paio di altri bevitori temporanei, sempre italiani ma in attesa di rimpatrio, con i quali amava perdere tempo in chiacchiere inutili.

– “Cinese” è aggettivo” – spiegava – “significa ‘della Cina’; arte, storia cinese; cucina, cucina cinese, tortura, tortura cinese. Si dice di cosa o lavoro lunghi e tormentosi; al plurale si dice ‘cinesi’ per indicare coloro che sono sempre in perpetua contraddizione con le leggi naturali che governano gli equilibri della vita e la bellezza di tutto ciò che si vede e che si sa.”

A causa del radicato disordine che contraddistingueva tutti i loro processi mentali, l’incompetenza e la disorganizzazione si erano fatti  vedere e sentire ovunque. Ancora di più in quell’isola tropicale, dove Danzi aveva deciso di rinfrescarsi le palle e le idee, mettendosi in ammollo nell’unico radicale rimanente sulla zona costiera che avesse avuto acqua salata, verde e cristallina.

Se lo meritava. Dopo 8 anni di lavoro, viaggiando in giro per le varie e incasinatissime città sparse nel centro, a nord, a sud, a est e sulla zona costiera della Cina comunista, senza mai riuscire a capire dove fosse e cosa stesse facendo veramente. Le distanze che si percorrevano tra l’una e l’altra città erano esagerate, perché, nonostante fossero tantissime e assai sparse, erano tutte lontane l’una dall’altra. E ci si parlavano lingue diverse, vi s’incontravano persone di stature diverse, ci s’imbatteva in cucine diverse e non ci si capiva mai con nessuno.  La perenne contraddizione paradossale delle varie culture asiatiche doveva originare in quel posto, doveva nascere da quello stato di cose: una terraferma con tantissime città, sparse su di un territorio vastissimo, che erano però, tutte, troppo intensamente popolate, allo stesso modo in cui avevi le città che, pur essendo tutte lontane l’una dall’altra, erano talmente tante da sovrappopolare la carta geografica, oltre che gli spazi aerei controllati della Cina popolare, e rendere incomprensibile pure le mappe con i nomi delle città scritti in caratteri romani.

Per Osvaldo Danzi, quelle città erano quasi tutte uguali, tranne Sanya, Shanghai e, forse, Xiamen. E però, anche in quella specie di disordinato paradiso tropicale sul quale poggiava nel tempo di questa tragica e stupida vicenda, i vacanzieri  a colonne, caricati su stracolmi torpedoni provenienti dalla terraferma continentale, erano riusciti a fargli girare le palle fin dal secondo giorno di vacanza. Poi c’erano i villeggianti e le villeggianti russe a dare il “tocco di classe” al contesto generale, l’ultima cannonata alla nave che affondava; anche quelli riuscivano quasi sempre a fargli girare le palle e non gli interessava un fico secco se un terzo delle loro femmine erano allungate, con i culi e le tette grosse, per lui erano solo delle gran vacche in posa, con lo sguardo all’orizzonte, e si sbagliava di poco.

Il fatto che Danzi volesse togliersi dalle scatole per un po’ non avrebbe sorpreso chi, come lui, avesse appena dovuto subire – proprio a Sanya – la fatale sequenza di quei tre malaugurati protocolli rituali:

1) il rovinoso Natale, e l’inevitabile bolgia del capodanno, prescritti nella tradizione cristiana dei finti cristiani;

2) l’infausto Natale e l’impietoso capodanno, previsti dalla improbabile tradizione russo-ortodosse e,

3) per chiudere alla grande, il famigerato, interminabile, capodanno cinese.

Quei tre orribili eventi si susseguivano a Sanya, uno dopo l’altro, secondo un calendario implacabile che iniziava a dicembre e finiva a marzo, ed avevano tutti un elemento in comune, l’unico vero ponte culturale tra la cultura occidentale e quella orientale: gli stra-maledetti fuochi d’artificio.

I fuochi pirotecnici erano usati, senza soluzione di continuità, dalle 06:00 di ogni singolo lacrimevole mattino, fino alle 03:00 del fosco mattino successivo, e non faceva nessuna differenza se si usavano per il natale cristiano, il relativo capodanno dei finti cristiani, il natale russo, il relativo capodanno russo, o il capodanno cinese, gli scoppi erano sempre innumerevoli, gratuiti e pericolosissimi, quale che fosse, o che dovesse essere, il nome della festività.

I “marziani” si erano buttati a capofitto in tutte e 5 le pratiche di rito, rappresentandole nell’unico modo a loro accessibile e cioè con la stessa quantità di petardi e missili pirotecnici che furono necessari e sufficienti per “l’esercito di liberazione” cinese a vincere lo scontro con le armate vietnamite nel 1979.

Con l’arte di fare esplodere i fuochi d’artificio, essi magnificavano le loro espressioni di gioia, vituperando senza sosta la quiete dei vicini, e cioè di tutti, perché, ovunque fossi, davanti, dietro, a destra e a sinistra, c’erano sempre dei vicini da molestare, per 21 ore continuative, dalle 6 della mattina fino alle 3 della mattina successiva. Erano concesse solo 3 ore di pausa, per permettere ai raccoglitori di bossoli di liberare le arterie principali, e poi si riprendeva a sparare, tutti i giorni della settimana per tre lunghissimi mesi.

Il quadro pareva inesorabilmente disordinato e confuso, nondimeno vi erano delle eccezioni. Danzi ebbe un esempio di coordinamento organizzato ed efficace, finalmente, proprio nel principio di quell’infausta mattina, e dovette far crollare subito tutti i suoi miti negativi sulla loro inefficienza e tutti quelli positivi circa la libertà indiretta di cui godeva dal “sistema totalitario che funziona”.

Era il sei marzo e Osvaldo Danzi aveva preso una serie di precauzioni. Aveva avuto la percezione iniziale di una situazione pericolosa e aveva tentato, per quanto l’impresa fosse difficile, di prevedere alcune evenienze, perché non si riusciva mai a prevederle tutte, e poi era consapevole che, qualunque cosa facesse per mantenere un po’ di intimità su ciò che gli apparteneva, loro sarebbero  stati sempre un passo avanti e uno indietro rispetto a lui. Non necessariamente perché fossero più in gamba, piuttosto perché erano in troppi. La sua ansia gli diceva che, ovunque ci si trovasse a passeggiare, mangiare o respirare in terraferma cinese, qualcuno camminava con la stessa andatura davanti, qualcun altro camminava con la stessa andatura dietro e c’era sempre un’auto che, avanzando lentamente, parcheggiava un poco avanti o un poco dietro rispetto a chiunque avrebbe potuto considerarsi un “bersaglio”.

Secondo Danzi, poi, i cinesi erano persone tutt’altro che discrete. Trovarne uno che si faceva gli affari suoi era stata un’impresa lunga otto faticosissimi anni, e tanto infruttuosa quanto superflua. Si era sempre oggetto di atteggiamenti invasivi, sguardi curiosi e impertinenti. La tardona affittacamere di Pechino che gli entrava in camera, per esempio, quando lui era fuori, per innaffiare la pianta, che pareva finta, per mettere a posto i suoi oggetti personali sulla scrivania e pure per rassettare il suo guardaroba, la vacca, e quando si accorgeva che lui non rientrava per qualche mese, sub-affittava il piccolo appartamento a qualche studentessa spagnola cretina, che gli dormiva nel letto, contro la sua volontà e nonostante egli avesse pagato, come sempre, tutto in anticipo, il costosissimo corrispettivo dell’affitto di una stanza-ufficio-letto, con cesso e doccia, in una zona relativamente “centrale” di Pechino. Pechino, in quel tempo, aveva un’estensione come quella del Belgio; chi parlava di “zona centrale”, forse faceva riferimento all’uscita dell’autostrada che si prendeva per andare nella cosiddetta “città proibita”. Ci voleva almeno un’ora, per arrivarci in taxi da dove abitava lui, e tutta la città era un cantiere, visto che si approssimava un altra grandissima e storica truffa, quella delle olimpiadi del 2008.

Oltre a ciò a Danzi davano fastidio, avevano sempre dato fastidio, le telecamere, che in terraferma cinese erano ovunque, e potevi credere che funzionassero, non come in Indonesia o nelle Filippine, dove “non funzionava mai un cazzo”, disseminate negli ascensori, nei palazzi, nei negozi e sulle vie, per spiare, sorvegliare, l’intimità e i fatti segreti delle ignare persone del formicaio.

Prima di quella triste mattina del sei marzo, Osvaldo Danzi, cornuto generalmente scettico, scontento, e affetto da gravi ansie di tipo paranoico, sentiva, percepiva, o era forse solo immaginazione, che qualcosa stava cominciando, e aveva tentato di passare inosservato. Si forzava di pensare che il suo goffo tentativo avrebbe potuto funzionare e che la sue ansie derivassero tutte da preconcetti incoerenti e manie di persecuzione. Aveva comprato il biglietto aereo in una agenzia di viaggi diversa da quella in cui lo aveva preso  per la femmina con la quale conviveva. Per sua madre, e per il porco che sua madre insisteva a mantenersi, era ricorso ad una terza agenzia. Non voleva che fosse individuato un legame fra lui e gli altri tre. In questo, almeno in questo, aveva fatto le cose giuste, per proteggerli, questo sì, ma anche perché nel terzo degli appartamenti – affittato con altro nome – custodiva diverse memorie e supporti di vario tipo con la collezione di tutte le porcate che aveva combinato durante il 2006. Quelle memorie non dovevano venire alla luce e quindi le teneva in un luogo diverso da quello in cui viveva lui e da quello in cui vivevano i “suoi” familiari, che poi, a parte sua madre, non erano affatto “suoi familiari”.

Quella mattina era andato alla terza casa a prendersi le valigie e il passaporto. Aveva cancellato dal suo computer portatile tutto ciò che era riuscito a cancellare; tutto quello che avrebbe potuto ricondurlo al legame con la sua convivente “marziana”, con sua madre, con il ruffiano schifoso che sua madre manteneva, della quale fine, ovviamente, lui si preoccupava davvero poco, e giustamente, o con i ‘lavori’ che aveva in parte iniziato a pubblicare. Aveva messo sotto chiave i suoi telefoni e teneva con sé solo quello con la scheda della città in cui si trovava, Sanya, e la scheda SIM della città in cui era diretto ad andare, Manila. Dalla memoria del radiotelefono, un cesso di Samsung che gli aveva comprato in fretta e furia la sua “dolce viperina”, la sua prima moglie, in uno dei tanti angusti negozi di strada ad Hong Kong, aveva cancellato 960 contatti. Anche lei, la puttanella del suo primo matrimonio, anche lei era una “marziana”, pure se cantonese, ed era assai più attraente, sotto tutti i punti di vista, di quella presente, ma anche molto più problematica.

Danzi aveva poi nascosto la chiave della casa in cui abitava, perché la targhetta recava l’indirizzo del luogo in cui avrebbero potuto beccare la sua attuale convivente. Avrebbe portato con sé solo la chiave del terzo appartamento, perché su quella non si leggeva alcun indirizzo e lui avrebbe potuto non dire a quale luogo appartenesse a chi glielo avesse domandato. Certo, tutto dipendeva dal modo in cui si facevano le domande.  Ed era poi veramente possibile cancellare ogni traccia del luogo in cui si abitava o delle persone con cui si avevano contatti? Era possibile farlo in un paese in cui nessuno, mai, si concentrava esclusivamente sui casi suoi?

“Prova ad aprire di nuovo la tua borsa, o la valigia” diceva tra sé Osvaldo Danzi, mentre studiava il modo di evitare le trappole e i lacci “quanti oggetti ci vedi, che possono ricondurre alla tua intimità e alla tua vita personale? Come si cancellano in modo permanente tutte le telefonate che hai fatto e tutte le lettere che hai inviato e ricevuto? Oggi ci si muove più in fretta rispetto a un secolo fa, ma si lasciano molte più tracce.”

“Loro” sembravano saperlo bene, ecco perché ti lasciavano andare liberamente dove volevi e ti lasciavano fare più o meno tutto ciò che ti andava, senza disturbarti. Anche quando commettevi qualche marachella che sarebbe stata tecnicamente punibile, ti lasciavano fare, dando la sensazione di quelli che non ti stavano addosso per l’arbitrario e assoluto rispetto nei confronti dell’investitore straniero. Eri libero di andare e di fare più o meno quasi tutto e nessuno ti dava il tormento, perché loro sapevano già bene nei dettagli dove andavi, cosa facevi, con chi lo facevi, eccetera. Quando gli serviva, sapevano bene dove trovarti. La relativa libertà con cui gestivi la vita e gli affari sul vasto territorio dell’incantato Dragone Rosso, ti era prestata gratuitamente, ma con l’obbligo di restituzione a richiesta. Nessun diritto era permanente, sempre ammesso che in Cina comunista qualche anima fosse consapevole del significato teorico del termine “diritto”.

 

Continua con: Letture Brevi – INIZIO – A quell’unico incrocio

 

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